Ci vogliono fatti, non parole!

È arrivato il gran momento: Il consigliere federale Johann Schneider-Ammann ha firmato qualche settimana fa l'accordo di libero scambio sino-elvetico. Tale accordo negoziato in maniera furba concede alla Svizzera l'accesso ad un mercato di 1,3 miliardi di consumatori in cui il nostro Paese detiene un bilancio commerciale di quasi 20 miliardi di franchi all'anno.

Le critiche da parte dei gruppi per i diritti umanitari non si sono fatte attendere – nonostante il dialogo sui diritti umani che Svizzera e Cina portano avanti già dal 1991. Quello che i critici sembrano però dimenticare è che l'accordo non si limita ad una dimensione economica.

Infatti, fare del commercio con un Paese come la Cina porta un vantaggio importante. Come dice Montesquieu: "La pace è un effetto naturale del commercio". Chi non riconosce questa relazione non dimostra altro che l'infantilità di voler solo gridare parole ai quattro venti invece di partecipare attraverso azioni concrete per contribuire a migliorare la situazione.

Attraverso il libero accesso è possibile contribuire alla creazione di un ceto medio come avvenuto in passato, aumentando il benessere della società civile. Ed è attraverso una società civile che cresce la consapevolezza dei diritti umani. Dalla povertà allucinante sotto la dittatura di Mao Zedong la classe media è cresciuta grazie al mercato libero da appena 4% al 68% della popolazione al giorno d'oggi.

Dall'altra parte, l'ampio accordo di libero scambio è economicamente, ma anche simbolicamente, un passo importante per migliorare la competitività dell'economia Svizzera; soprattutto rispetto alla concorrenza degli Stati Uniti e del Unione Europea, entrambe senza un accordo paragonabile. Grazie a questo accordo viene infatti facilitato l'accesso per la maggioranza dei beni e servizi Svizzeri ad un grandissimo mercato.

Le polemiche piagnucolose mosse dalla CEO della ditta Ems Magdalena Martullo-Blocher dimostrano solo un interesse personale ed una mancanza di conoscenza dei vasti vantaggi dell'accordo: Al 93 percento dei prodotti Svizzeri esportati in Cina non verrà applicato nessun dazio o comunque ne verrà applicato uno più basso. Il consigliere federale Johann Schneider-Ammann ha trattato in modo furbo condizioni attrattive tenendo conto che gli esporti della Svizzera in Cina ammontano a 7,8 miliardi di franchi che corrispondono al 3,7 percento di tutte le esportazioni Svizzere – rispetto alle importazioni totali Cinesi nel nostro Paese che corrispondono solamente allo 0,5 percento!

In conclusione un tale accesso ad un mercato in rapida e continua evoluzione permette dunque alla nostra economia di ampliarsi, contribuendo così al mantenimento futuro del benessere economico-sociale non solo Svizzero, ma anche cinese. Ai critici dico: "Ritornate a combattere per un benessere collettivo invece di perdervi in ridicoli interessi personali o di lamentarvi in continuazione." Ci vogliono fatti, non parole!

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